Approfondimenti : Il Sudan e lo storico referendum del 9 gennaio 2011
Friday, 07 January 2011 00:00

Domenica sarà una giornata storica per il Sudan. Si deciderà per l’unità del paese o per l’indipendenza (data per certa) del Sud dal Nord, e la conseguente nascita di una nuova nazione africana: il Sud Sudan.


Un incontro di formazione con alcune famiglie

Il Sudan è stato un paese colpito da una guerra lunghissima, 22 anni, finita solo nel 2005 e costata la vita a due milioni di persone (e due milioni e mezzo di sfollati). Dopo 6 anni da quell’importante firma di pace, i sud sudanesi hanno ora di fronte la possibilità di affrancarsi dal nord e trovare un’indipendenza politica. Ma forse più dell’indipendenza politica serve un’altra indipendenza…
Siamo presenti in Sudan da molti anni, dal 1992, quando attraverso la collaborazione con le suore del Sacro Cuore e l’arcidiocesi di Juba moltissimi italiani hanno adottato a distanza i bambini di Juba, capitale del Sud Sudan. Finchè c’era la guerra e nessuna possibilità di entrare nel paese, le adozioni a distanza sono servite per mantenere in vita i bambini aiutandoli a frequentare la scuola, dove almeno potevano vivere un minimo di normalità ed essere sfamati. Finita la guerra, con le nostre visite, pur in mezzo a mille difficoltà, abbiamo potuto finalmente fare il passaggio dall’assistenza allo sviluppo, e iniziare quindi un lavoro più approfondito direttamente con le famiglie. Come in tutte le 108 missioni di Italia Solidale nel mondo, abbiamo condiviso con loro i contenuti della proposta di sviluppo di vita e missione di P.Angelo, anche attraverso i suoi libri, che è enormemente piaciuta perché li rispettava. Sabina, una delle nostre principali volontarie sul posto, ci disse allora: “La proposta di Italia Solidale che ci vuole genitori non dipendenti dagli aiuti ma forti e capaci di ben amare e ben lavorare è davvero una proposta nuova per noi e l’unica valida per il nostro sviluppo”.
Da allora è stato fatto un bellissimo cammino che oggi vede coinvolti, attraverso le adozioni dei bambini, 450 famiglie di Juba. Ma la strada è ancora molto lunga e se non viene posta una base di vera indipendenza personale, l’indipendenza politica rischia di diventare peggiore della guerra appena finita. Sono infatti tanti i problemi che toccano la persona in Sudan, indipendentemente dalla guerra. Da anni ormai, incontrando una ad una queste famiglie, spesso formate dalla sola donna coi bambini, mi imbatto in situazioni di sofferenza estrema, causata dal non amore e non rispetto della dignità umana, non per la guerra ma in famiglia! Ho visto donne terribilmente soffrire per la dipendenza dal marito, che contemporaneamente aveva altre 2, 3, 8 mogli. Marito che spesso, lungi dall’occuparsi di tutte queste “famiglie”, le usa per sfamarsi, di cibo, di prestigio e di sesso. Le violenze che ho sentito raccontare da queste donne farebbero rabbrividire chiunque. Ma la dipendenza non è solo questa. Il clan ne produce di altre e più terribili. Il clan in Africa ti regola e ti controlla la vita, dal primo all’ultimo istante. Rose, una nostra volontaria, è stata massacrata il 24 di agosto 2009, di fronte ai suoi bambini, perché morto il marito, il clan a cui lui apparteneva aveva deciso che la terra su cui sorgeva la loro casa doveva ritornare al clan. Lei ha cercato di resistere, non aveva dove andare. Non c’è stato scampo.

Le famiglie si incontrano per scambiare sui contenuti di sviluppo di vita e missione

Quel che è peggio è che i vari clan in Sudan, come in tanta parte dell’Africa, sono già in guerra tra loro per il potere. Con l’indipendenza cosa succederà?
In Sudan stiamo portando avanti il nuovo modo di fare missione che caratterizza Italia Solidale: senza costruire strutture o organizzazioni, sosteniamo la persona perché ritrovi pieno rispetto, amore, dignità, autentica fede e autentiche relazioni, e possa arrivare alla sussistenza spirituale e materiale, nella comunione con altre persone e famiglie. Tanti sono i frutti che stiamo raccogliendo e la testimonianza di Agnes ne è un esempio (su cui Avvenire ha pubblicato un articolo a novembre 2009):
Agnes Ayuru è una donna di 50 anni di Juba, capitale del Sud Sudan. Nei terribili anni della guerra civile durata 22 anni, sposa un uomo e ha con lui due figli. Il marito è però poligamo, già sposato con un’altra donna, che per la guerra è andata all’estero. Finita la guerra la prima moglie ritorna a Juba e riprende la relazione col marito. Agnes si sente abbandonata, disperata, e cerca in tutti i modi di farsi riprendere dal marito, che la usa solo sessualmente, ma non si occupa né di lei né dei figli, i quali cominciano a star male. “Mio figlio maggiore, di 14 anni, è diventato alcolizzato, mia figlia più piccola di 12 anni era denutrita. Continuavo a sperare in mio marito, lo cercavo, gli chiedevo di tornare, ma lui mi trattava in modo sempre più violento. Ho cominciato a star male e non riuscivo a occuparmi né di me stessa né dei miei figli”. I volontari di Juba Solidale, venuti a sapere della sua drammatica situazione, intervengono attraverso l'adozione a distanza della bambina, che viene subito nutrita e curata. Agnes comincia a ricevere un aiuto più profondo dai volontari, grazie ai contenuti di sviluppo di vita e missione che Italia Solidale porta in tutte le missioni. Fa luce anzitutto sulle radici del suo malessere, e si rende conto dei condizionamenti inconsci che la rendono dipendente dal marito. “Mi hanno aiutata a sentire l’importanza della mia dignità, di staccarmi da mio marito per essere indipendente e forte. Ho cominciato a far parte di una comunità di sviluppo di vita e missione con altre 4 famiglie coinvolte nello stesso cammino. Mi sono sentita rinascere grazie all’amore e alla solidarietà matura che ricevevo dagli altri. Ho recuperato così la mia persona nell’indipendenza, e ho iniziato a vivere con dignità finalmente. Coi soldi dell’adozione a distanza ho iniziato un’attività di piccolo commercio e sono diventata anche sussistente”. Agnes affronta con forza anche il problema del figlio alcolizzato, che le chiede continuamente dei soldi. Rimane ferma e capace per un intero anno di rifiutargli un aiuto che sa per certo che verrà sprecato nell'alcool. Grazie a questo, il figlio cambia completamente atteggiamento. Agnes vede che ora il figlio è serio nel suo impegno per uscire dalla dipendenza dall'alcol e studiare, allora con il frutto del proprio lavoro lo manda in una scuola in Uganda, insieme alla sorella. Intanto diventa anche volontaria per altre famiglie bisognose, perché sente che quello che ha ricevuto come amore lo deve restituire aiutando gli altri a fare lo stesso sviluppo. Inoltre mantiene, in questo stesso spirito di restituzione, anche una corrispondenza con la famiglia in Italia che l’ha aiutata con l’adozione a distanza, condividendo tutto questo.

Due donne portano avanti un'attività di sussistenza al mercato